Dormo o son desto?
Il sipario si alza su attori sudati e frenetici, essi idolatrano un astro nascente dal colore tenue e maligno. Io sono la vittima e, come un sacrificio ad un antico dio, vengo strappato dalla Terra ed esposto al freddo, al dolore.
Ho gambe, caviglie, piedi, inizio a camminare.
I passi sono lenti e faticosi, il tempo dilatato.
Assisto impotente all'incupirsi del cielo.
Grida aborranti sferzano la Terra e i suoi figli, l'eco incide, già future, cicatrici.
Non c'è nient'altro su questo sentiero.
Giungo finalmente ad una casa con al suo interno il resto del mondo. Mi affaccio alla finestra.
Che strano... Nessuno piange, nessuno trema, anzi allegri saltellano i pulcini dietro le loro chiocce dai vestiti puliti e profumati.
Si voltano a guardarmi e nessuno apre la porta, bensì mi scacciano e mi deridono come se non fossimo della stessa specie.
Facciano pure! Io ho da ripartire. Di nuovo.
Lasciata indietro la mia Terra, i mostri stanno tutti venendo meno allo scorrere della sabbia nella mia clessidra. Le rughe hanno preso il posto delle lacrime, la cenere il posto della rabbia, il tramonto quello della speranza.
Ero, sono, sarò, immerso nel mio sentiero.
Finché non finirà la strada per i miei occhi.
Finché ne avrò voglia.